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Volontariato e archeologia

Gli archeologi andrebbero pagati! I volontari fanno concorrenza sleale ai professionisti!

Quello del confronto e della confusione tra volontariato e mondo del lavoro è un tema spinoso che, specie nell’ambito dei Beni Culturali, coinvolge tanto i professionisti quanto i volontari, poiché determina lo svilimento dei primi e lo snaturamento dei secondi. Si tratta di due facce della stessa medaglia, una stortura sulla quale, tra soci del GAT, abbiamo ragionato più di una volta. Ci siamo detti quanto sia necessario che i volontari si riapproprino delle prerogative e delle caratteristiche che li distinguono, senza sovrapporsi al mondo del lavoro, anche comprendendo le ragioni di quei professionisti, e aspiranti tali, che oggi si vedono sommersi da un’ondata di inconsapevole “offerta gratuita”, manovrata dall’alto senza scrupolo alcuno e senza progettualità costruttiva.


Non si deve permettere che leggi poco lungimiranti, regolamenti bizantini e iniziative balorde (come quella di proporre ai volontari, a fronte di un “rimborso”, lavori che dovrebbero essere svolti da esperti nel settore), generino tra volontari e professionisti indebite sovrapposizioni e sterili attriti. Quanti volontari sono coscienti di quale dovrebbe essere il proprio ruolo? Quanti professionisti conoscono davvero il mondo del volontariato? Per questo occorre, laddove possibile, lavorare insieme per ridefinire, con la massima precisione, gli ambiti di intervento rispettivi e ricostruire le proprie specifiche identità, anche e soprattutto individuando quelle aree dove è possibile incontrarsi, non scontrarsi.
Il problema, spinosissimo e purtroppo poco noto all’opinione pubblica, va preso in seria considerazione e discusso.


Certamente, siamo d’accordo che gli archeologi vanno pagati, e anche meglio di quanto lo siano oggi. Ci è anche molto chiaro che i volontari non devono sostituirsi a chi si occupa delle stesse faccende per mestiere. Non è il nostro caso. Le nostre ricognizioni, o le altre attività del GAT, non fanno seguito a quei bandi assurdi, visti per lo più in altre regioni d’Italia, che chiedono ai volontari di occuparsi di questioni che invece competono ai professionisti dei beni culturali.
Il soci del GAT hanno dibattuto più di una volta, all’interno dell’associazione, sull’immagine distorta che propone i volontari come sostituti naturali dei professionisti, in particolare nell’ambito dei BC (si veda l’esempio del FAI, indiscutibilmente meritorio ma problematico da questo punto di vista). Noi non intendiamo in alcun modo arrogarci diritti e competenze che, appunto, non ci competono. È successo invece in molte occasioni che il nostro interessamento a un’area abbia poi spianato la strada a un regolare scavo archeologico, ovviamente svolto da professionisti. In sintesi: cerchiamo di essere una risorsa, non di essere dei surrogati. Per far ciò serve la consapevolezza dei propri limiti, oltre che delle proprie possibilità.
Dunque, anche i volontari sono convinti che lo Stato dovrebbe mettere a disposizione dei fondi per consentire la ricerca a chi ha dedicato una vita di studi all’archeologia e alla tutela dei beni culturali. Contemporaneamente, ben vengano le iniziative di volontariato consapevole, rispettose delle leggi e dai confini quanto più definiti.


Condividiamo e sosteniamo l’esigenza di regolamentare in modo diverso dall’attuale la presenza dei volontari nel panorama dei Beni Culturali, evitando storture e fraintendimenti.
È altresì sacrosanta la necessità di radere al suolo alcune aberrazioni come il famigerato meccanismo noto come “alternanza scuola e lavoro” e di eliminare tutte le condizioni che possono determinare il ricatto del lavoro gratuito, talvolta spacciato per formazione.
Sottolineiamo la necessità di aprire un dialogo tra professionisti e volontari, innanzitutto riconoscendo che sono entrambi parti lese e che dunque hanno interesse a generare sinergie produttive, non a farsi la guerra da una trincea all’altra, senza “riconoscersi” a vicenda.


Nella vulgata corrente non è infrequente che sotto la definizione “volontariato” si comprendano anche le forme di lavoro gratuito svolte dai professionisti (e dagli studenti), evidenziando un po’ di confusione sul tema. Andrebbe sempre sottolineata con forza la profonda differenza, spesso mimetizzata ad arte, tra “volontariato” e “sfruttamento” (lavoro nero, lavoro sottopagato, lavoro camuffato).
È sempre più labile, ci pare, la comprensione di cosa sia il volontariato culturale, di quanto esso sia articolato e variegato, di quanto possa essere diffusa la consapevolezza etica e sociale dei volontari stessi e, infine, degli scopi ai quali il volontariato culturale tradizionalmente tende.
Non ci sembra il caso di sostenere che il volontariato faccia “concorrenza sleale” ai professionisti (in tal caso non si può parlare di volontariato); a nostro avviso si dovrebbe semmai parlare di “indebita sovrapposizione”. Sono concorrenti fra loro quei soggetti che, operando nel medesimo ambito o in ambiti strettamente adiacenti, perseguono lo stesso tipo di guadagno, mentre volontari e professionisti hanno necessità diverse (dalla loro attività i primi guadagnano esclusivamente in autostima, mentre i secondi, assai lecitamente, ci devono anche campare). Ciò non toglie, peraltro, che le finalità di ricaduta sociale possano essere condivise da entrambi.
Bisogna infatti comprendere come la sovrapposizione indebita di professionisti e volontari, ai quali il malcostume politico-amministrativo propone, di fatto, di contendersi lo stesso “territorio” – drammatica involuzione dei rapporti tra il cittadino e i beni culturali – colpisce, snatura e svilisce sia il volontariato che il mondo del lavoro; questi due mondi devono dunque parlarsi, non ragionare ciascuno per conto proprio ignorando l’altro.
Non possono bastare le proposte di legge per modificare una prassi che si è ormai radicata anche nell’ambito dei beni culturali, ovvero quella di approfittarsi dei più deboli. Occorre anche preoccuparsi, dialogando tra professionisti e volontari e studiando strategie comuni, di sviluppare una coscienza condivisa del problema, tentando nel contempo di promuovere la crescita morale del mondo del volontariato e risvegliare la consapevolezza del proprio ruolo.
Infatti, quanto la consapevolezza della propria natura e del proprio ruolo nell’attuale società civile sia un effettivo patrimonio acquisito dei volontari in genere, non saprei dirlo. Per certo, non tutti i volontari si interrogano sui diritti e i doveri del volontariato, per esempio sulla concreta liceità e sulle conseguenze delle proprie attività, e neppure sulla necessità di uno specifico processo formativo attraverso il quale i volontari dovrebbero passare per definirsi compiutamente tali. Sono argomenti scivolosi da trattarsi con cautela, ma comunque da affrontare, prima o poi, per evitare di raccontarci storie non vere e di cedere, come utili idioti, al malcostume imperante e all’indifferenza.
Per esempio, quanti volontari culturali si sentono di condividere il pensiero a suo tempo espresso dal presidente del FAI, Andrea Carandini, che in una frase frettolosa ha sostenuto il primato dei volontari sui professionisti (nello specifico, parlando di guide turistiche dall’esposizione talvolta poco entusiasmante)? Non tutti, certamente, ma forse troppi. È l’effetto Dunning-Kruger, un bias cognitivo che, nelle persone con scarse competenze, determina la crescita immotivata della percezione opposta. Per la serie: chi ci crediamo di essere?


Fatte le opportune ammende, dunque, ci pare che per tentare di arginare una deriva giustamente messa in evidenza, tra i pochi, dagli attivisti di “Mi riconosci? Sono un professionista dei Beni Culturali”, non dovrebbe mancare il confronto diretto tra volontari e professionisti (o studenti che lo diventeranno). Infatti, la pretesa del riconoscimento della propria identità, del proprio ruolo e delle proprie prerogative, richiesta legittima dei professionisti, non può prescindere dal riconoscimento delle controparti. Da qui la necessità di aprire un dialogo concreto tra due realtà, il volontariato e il mondo del lavoro, senza preclusioni e preconcetti, dialogo che può essere foriero di inattese intuizioni e può contribuire a soppesare limiti e responsabilità.
Auspichiamo che si possa partire quanto prima con un percorso condiviso, in cui trovi spazio la dignità di ciascuno, e si possa combattere insieme per il riconoscimento dei diritti di tutti.

Fabrizio Diciotti
per il Gruppo Archeologico Torinese

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