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La Chiesa di S. Domenico vede la sua origine nella seconda metà del XIII secolo, quando i Domenicani si insediarono a Torino in un modesto luogo di culto disposto trasversalmente rispetto all'attuale chiesa e orientato con l'abside a oriente (agli inizi di questo secolo ne venne alla luce un muro laterale presso l'altare maggiore). Nel '300 ebbe inizio la ricostruzione della chiesa, che inglobò la precedente; i lavori si protrassero fino al '400, quando l'edificio fu portato a termine. |
Entrando nel chiostro dal fondo della navata sinistra si incontra una delicata lunetta quattrocentesca presso la sacrestia, forse l'ingresso della antica chiesa. |
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Nel frattempo, verso il 1351 era stata costruita una quarta navata verso la contrada di San Michele (ora via Milano). Nel 1605 si decise l'abbattimento (ultimato nel 1682) delle due navate accoppiate sul lato di via Milano per fare posto ad un ambiente unico destinato alla Compagnia del Rosario. Dal XVII secolo in avanti una lunga teoria di ristrutturazioni conferì alla chiesa un aspetto barocco, occultandone la matrice gotica originale: furono cancellati gli affreschi, rinnovate le decorazioni, sostituite le finestre gotiche e si rialzò di 60 cm il pavimento della chiesa per portarlo al livello della strada, coprendo così le basi delle colonne. Nel 1729, nel corso della rettifica di via Milano, la chiesa fu decurtata di oltre quattro metri. Nel 1911, dopo una serie di interventi iniziati nel 1866 ad opera del Brayda, la chiesa ritrovò in gran parte la fisionomia perduta, se si esclude la navata destra, troppo compromessa nel XVII secolo per poter essere ricostruita. Vennero ripristinate la snella ghimberga della facciata e le finestre a sesto acuto, le colonne interne, l'abside, gli affreschi superstiti. |
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La chiesa di S. Domenico conserva l'unico ciclo di affreschi trecenteschi visibile a Torino, nella cosiddetta "Cappella delle Grazie". La pregevole composizione presenta una teoria di apostoli sopra i quali appaiono scene diverse (un bel Cristo Pantocratore, un'Annunciazione e una scena di vita domenicana). Durante l'epoca barocca il vano della cappella fu soppalcato causando ferite e mutilazioni insanabili agli affreschi, la cui conservazione venne seriamente compromessa. L'intera composizione conobbe notevoli restauri nei primi anni del '900 a cura del pittore Vacchetta, il quale, a causa del cattivo stato in cui versavano gli affreschi, integrò di sua mano vaste zone andate perdute.
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Sopra: S. Tommaso d'Aquino e l'apostolo S. Taddeo, due delle figure meglio conservate e delle quali è possibile apprezzare la raffinata esecuzione. |
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La nobile figura del Cristo Pantocratore era tra le più rovinate quando il Vacchetta diede inizio al suo restauro integrativo: si era conservata solo la testa di Gesù (foto sopra) e alcuni piccoli particolari limitrofi dei simboli degli evangelisti. Nella foto in basso si può vedere lo stato attuale dell'affresco, nel quale le parti originali sono riconoscibili per un colore più tenue rispetto alle integrazioni compiute dal Vacchetta.
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Ulteriori restauri nel 1986 hanno consentito una più agevole lettura di questi interventi integrativi, ben distinguibili dalle zone originali, valorizzando sia l'opera primitiva che le buone intenzioni del Vacchetta (il quale, comunque, si ispirò nelle sue integrazioni degli affreschi di S. Domenico a modelli piemontesi di epoca e fattura similari). La cappella delle Grazie sorge esattamente sotto al campanile gotico dalle severe finestrature a sesto acuto. Il campanile venne risparmiato dal rinnovamento barocco e oggi, sebbene restaurato, lo vediamo così come venne concepito nel XIV secolo.
A sinistra: lapide funeraria dell'umanista cinquecentesco Filiberto Pingone, sepolto in San Domenico e la cui lapide, dopo i restauri, è stata collocata sulla parete del chiostro. |