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Raccontini surreali ed
educativi |
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La vera storia della città megalitica di RAMA in Val di Susa (To) Premessa basilare a quanto stiamo per raccontare: il testo che segue è stato debitamente costellato di parole-chiave (e derivati) quali "misterioso", "antico", "leggendario", "druidico" e via discorrendo, il che renderà il tutto vagamente plausibile, sebbene in mancanza di qualunque fonte documentaria che attesti quanto andiamo dicendo. E' un bellissimo esercizio di millanteria che può fare chiunque di voi. Tutti conoscono la storia di Romolo
e Remo. Sottratti alla madre Rea Silvia, che muore
assassinata dopo aver subito le attenzioni di Marte, vengono
deposti nel fiume Tevere e adottati da una lupa, che li
svezza, fino a quando vengono adottati da un pastore. Sin qui la leggenda nota, cui si affiancano versioni leggermente differenti (per esempio, quella che vuole Remo ucciso per errore dal servo di Romolo, Celere, che era stato posto a guardia dei confini violati). Ma antiche tradizioni mai sopite, che hanno francato i secoli attraverso i canali naturali della narrazione, ci tramandano una versione decisamente alternativa e inaspettatamente complementare a quella comunemente accettata. Generazioni di iniziati ci hanno trasmesso una verità scomoda ma del tutto plausibile, alla luce dei riscontri effettuati sui testi degli autori antichi e in base alle scoperte che si vanno facendo in numero sempre maggiore. Secondo questa versione dei fatti, Remo non morì a seguito dei colpi infertigli dal fratello Romolo. Egli sopravvisse (la tradizione ci dice che fu grazie alle cure delle ninfe del Tevere, le cui acque già lo avevano accudito, insieme al fratello, quand'era appena neonato) e, una volta ristabilitosi, fuggì, colmo di rancore verso una terra sufficientemente lontana da offrirgli sicura ospitalità. Remo attraversò la penisola verso settentrione, giungendo infine nella terra popolata da liguri preceltici, alle pendici delle Alpi. In quella che oggi è la Val di Susa, antiche leggende ci raccontano che l'esule Remo fondò RAMA, una città grandiosa che nacque con lo scopo di rivaleggiare con la Roma del fratello. Economicamente favorita dalle miniere di rame presenti nell'area, e conosciute solo da Remo e i suoi più stretti collaboratori, la città si arricchì rapidamente e venne cinta da poderosissime mura megalitiche, che raggiunsero, nel periodo di massimo splendore, lo sviluppo totale di circa settecento chilometri; non c'è di che essere stupiti, le mura di Rama erano a chiocciola e si avviluppavano su se stesse in giri interminabili, il che rendeva impossibile per un nemico violarle, così come rendeva impossibile ai Ramaioli (gli abitanti della città) uscirne. L'apparente incongruenza di una città difesa ma invalicabile dai suoi stessi cittadini, si appiana considerando come la sua forma a chiocciola, animale da sempre considerato sacro, rappresentasse per i Ramaioli un riferimento non solo alla concretezza terrena ma, soprattutto, un riferimento mistico con il Tutto che eternamente s'avviluppa. La profonda e naturale religiosità di questo popolo s'estrinsecava, dunque, nell'impossibilità del Passaggio che era, e tutt'ora è, specchio della condizione umana e riflesso della potenza divina. Lo sposalizio universale della città di Rama con il Tutto era sintetizzato nel termine "pan-Rama" (pan = tutto). Evidentemente, la tradizione esoterica di questo culto è giunta fino a noi se è vero, come si racconta cautamente in certi ambienti dell'occultismo torinese, che i discendenti degli antichi abitanti di Rama hanno eretto enormi costruzioni, non solo in Piemonte, dedicate al Culto del Tutto ma ben mimetizzate da insospettabili attività commerciali: stiamo parlando di noti supermercati che, anche nel nome, rievocano l'ancestrale "pan-Rama". Una caratteristica culturale dei Ramaioli, che colpì i commentatori del mondo antico, era la diffusa pratica del pangramma estremo. Il pangramma è un componimento che sfrutta tutte le lettere dell'alfabeto in un colpo solo; la città di Rama portava scolpito, su ciascuna delle tre porte d'ingresso alla Chiocciola Centrale, il celebre pangramma (citato da Prinio) che comincia con: "ABCDEFGHIJKLMN [...]" e il cui seguito, non essendo stato trascritto, è andato purtoppo disperso. Tornando agli eventi storici, Rama si configurò quindi come la più formidabile e temibile avversaria di Roma. Leggende conservatesi sino all'inizio del XIX secolo e diligentemente raccolte da studiosi ottocenteschi come Otello Spizio e Luigi Caramassa-Tealdi, narrano di ardite incursioni dei Ramaioli nei territori etruschi e latini, cui seguirono epiche battaglie che si risolsero spesso con amare sconfitte per Romolo e i suoi discendenti. Ciò spiega perché dalla storiografia classica di stampo romano sia del tutto sparito ogni accenno alla città di Rama e ai suoi abitanti, se si esclude qualche passo (evidentemente sfuggito alla damnatio memoriae) citato nel Quo catuls fecit? di M.C. Putanio, che ci è giunto frammentario e la cui traduzione è controversa. Gli antichi racconti tacciono sulle sorti della città megalitica di Rama, su ciò che accadde al suo acquedotto di oltre 50 Km e che seguiva perfettamente il corso della Dora, sul destino delle gallerie sotterranee che consentivano lo spostamento di uomini e mezzi d'assalto. Le leggende valsusine, però, propongono una convincente spiegazione per l'origine toponomastica della città di Susa, che sarebbe sorta in età precozia proprio sulle rovine di Rama. I valsusini citano spesso la straordinaria coincidenza del nome di un tipo di susina, assai diffusa in valle, i ramasìn, da cui sarebbe derivato il nome stesso di "susina" (dunque i dizionari etimologici mentirebbero) e da cui --> Susa. Non si può non essere colpiti dalla bontà di questa semplice e smaliziata osservazione, che testimonia sempre più come occorra dare più credito alla vox populi, nella quale si nasconde sovente un soffio divino di verità. |
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KAGATE (il Cancello dell'Anima) è un'esclusiva archeogat.it - Non s'intende qui offendere niente e nessuno in particolare, si consideri questa sezione del sito un esercizio di satira culturale. Siamo ben consci del fatto che molta gente pratica attività stranissime del tutto lecitamente; non si vede, dunque, perché non dovrebbero altrettanto lecitamente esistere coloro che fanno di una scienza nobile, come l'archeologia, una sorta di contenitore a metà tra l'intrattenimento scientifico e Novella 2000. Anche in ragione di ciò, in queste pagine esercitiamo il nostro sacrosanto diritto di non essere d'accordo con quelle ipotesi che ci appaiono assai stravaganti e scarsamente fondate su fatti concreti, coerenti con il motto: ognuno la pensi come vuole, ma almeno ascolti più di un'opinione. |